Interrogare il modello: una guida pratica per facilitatori LSP

Introduzione
Fare domande al modello è una delle sfide principali per un facilitatore LSP: non c’è nessun corso di certificazione che possa insegnare questo aspetto decisivo della metodologia, ma solo la pratica sul campo.
L’approccio che presento è personale e ha diversi “padri”, in particolare lo studio del libro di Michael Fearne e degli articoli di Guy Stephens. L’architettura teorica si basa però sullo strumento di coaching Listening Triangle (Triangolo dell’Ascolto) di Daniel Stillman, che mappa l’ascolto su tre dimensioni: l’altro, se stessi e lo spazio circostante.
Adattando questo modello al contesto LSP, il facilitatore agisce come un regista dell’attenzione del partecipante, configurando tre poli dinamici durante la conversazione:
- L’ascolto di sé (L’emersione): Il polo in cui il partecipante si guarda attraverso il proprio modellino attraverso l’osservazione.
- L’ascolto dell’altro (Il modello): Il polo focalizzato sull oggetto fisico, che àncora la conversazione alle caratteristiche reali e oggettive dei mattoncini.
- L’ascolto dello spazio (La metafora): Il polo che apre la conversazione alla dimensione sistemica, esplorando le relazioni, i vuoti e le tensioni nello spazio del modello.
Per muoversi fluidamente tra questi tre poli dell’ascolto, il facilitatore non usa una griglia rigida. Attinge invece a tre diverse “scatole degli attrezzi”: tre tipologie di domande a profondità crescente che analizzeremo nei prossimi paragrafi:
- le domande di presidio della metafora
- le domande di esplorazione
- le domande anatomiche
Il potere della domanda nel contesto LSP
Nel framework metodologico LEGO® SERIOUS PLAY® (LSP), la domanda non rappresenta un mero strumento di raccolta di informazioni, ma costituisce il catalizzatore primario per la riflessione emergente. Il facilitatore agisce in uno spazio che si apre attorno al modello fisico, dove il significato non è ancora cristallizzato ma in fase di formazione.
Fare domande al modello non serve a estrarre risposte logiche, ma a dare al partecipante il permesso di esplorare ciò che ancora non sa di sapere. Il compito del facilitatore è rimanere sul confine di questo spazio: protettivo con la metafora, rigoroso con i mattoncini e totalmente al servizio della storia che sta emergendo.
Le domande di esplorazione
Le domande di esplorazione hanno la funzione di “trattenere” il partecipante all’interno dello spazio riflessivo. In questa fase, il facilitatore accetta l’ambiguità e l’incertezza, permettendo che significati non ancora verbalizzati emergano dalla struttura fisica del modello. Queste domande non spingono verso una conclusione, ma espandono il perimetro del possibile.
L’efficacia di queste domande dipende dalla gestione del tempo. Personalmente invito il partecipante a osservare il proprio modello in silenzio per 60 secondi prima di parlarne a tutti. Durante questa finestra temporale, lo si incoraggia a sollevare fisicamente il modello e osservarlo da angolazioni diverse per innescare nuovi processi di noticing. Si vedono così dettagli come quel piccolo mattoncino seminascosto che sorregge un’intera struttura, oppure lo sbalzo di livello tra due basi.
Sebbene nascano per stimolare l’ascolto di sé, queste domande sono trasversali: possono essere orientate sul modello fisico o sullo spazio sistemico.
Esempi:
- Mentre guardi il tuo modello in questo momento, cos’è la prima cosa che attira la tua attenzione?
- C’è una parte del tuo modello di cui non hai ancora parlato?
- Se potessi aggiungere un altro pezzo proprio ora, quale sarebbe e perché?
- Cosa ti fa venire in mente questa parte del tuo modello?
- Quale parte del modello senti più “viva” in questo momento?
- Quale parte del modello ti sembra più inaspettata o sorprendente?
Le domande anatomiche
Questo livello d’indagine si focalizza sull’anatomia dei mattoncini nella loro essenza fisica. L’ancoraggio alla fisicità del pezzo si basa sull’idea che le sue qualità intrinseche (colore, forma, funzione, consistenza) non siano mai scelte casuali.
Nominare queste qualità permette di passare dall’intuizione pura alla consapevolezza metaforica. Focalizzarsi sul mattoncino adempie a una funzione cruciale: previene la deriva verso astrazioni generiche e mantiene la narrazione strettamente legata all’evidenza fisica costruita.
Queste domande sono lo strumento d’elezione per attivare l’ascolto del modello, ma diventano d’impatto quando usate per esplorare lo spazio sistemico e le relazioni tra i pezzi.
Esempi:
- Cosa ti ha spinto a scegliere questo particolare pezzo per quella parte del modello?
- Quali mattoncini sono stati scelti involontariamente e quale significato potrebbero avere?
- Il colore di questo mattoncino ha un significato speciale per te?
- Qual è il “compito” di questo particolare mattoncino nella storia del tuo modello?
- Cosa accadrebbe se questo mattoncino venisse rimosso?
Le domande di presidio della metafora
Succede spesso che il partecipante abbandoni il linguaggio del modello per quello della realtà aziendale troppo presto. Il facilitatore deve proteggere lo spazio simbolico agendo come un custode della storia, mantenendo l’indagine all’interno della metafora. La metafora, infatti, manterrà intatto il suo valore fintanto che le permetteremo di parlare con “le sue parole”.
Riconoscere l’intera forza di questo strumento significa anche accettare l’agency della metafora: trattare il modello come un soggetto attivo, capace di esprimere una propria logica interna indipendente dalle intenzioni coscienti del costruttore.
Per capire come il facilitatore deve presidiare questo confine quando il partecipante va “di fretta”, analizziamo due situazioni tipiche:
- Esempio 1: La fuga nel linguaggio corporate
- Cosa dice il partecipante: “questa torre rappresenta la nostra strategia di ottimizzazione dei processi per il Q4.”
- Risposta di presidio del facilitatore: “Guarda questa torre: quali mattoncini creano questa ottimizzazione e cosa c’è esattamente in cima?”
- Effetto: Il facilitatore evita la retorica aziendale e continua a mappare la strategia sulla reale struttura fisica costruita.
- Esempio 2: La personalizzazione immediata del problema
- Cosa dice il partecipante: “questo omino sul pezzo curvo è il mio capo che cambia sempre idea e mi crea ansia.”
- Risposta di presidio del facilitatore: “cosa permette a questa figura di rimanere in equilibrio su questo pezzo curvo e dove si sta muovendo esattamente?”
- Effetto: Il facilitatore abbassa immediatamente il carico emotivo e il rischio di conflitto, spostando l’indagine sulla dinamica di equilibrio della minifigure per un’analisi più lucida e meno difensiva.
Dare voce alla metafora ci aiuta a scoprire connessioni sistemiche (ascolto dello spazio) ed espandere la narrazione esistente.
Esempi:
- Quale parte del modello detiene il significato maggiore in questo momento?
- Se questa parte potesse parlare, cosa direbbe? (Agency della metafora) .
- Cosa succede nello spazio tra queste due parti del modello? (Relazioni e tensioni) .
- Se un’altra persona guardasse il modello, cosa noterebbe che tu non hai menzionato?
In conclusione
Per massimizzare l’efficacia della conversazione, il facilitatore deve adottare un linguaggio semplice e pulito, seguendo alcuni principi operativi:
- Non inquinare la metafora: evitare di introdurre i propri aggettivi o interpretazioni. Se il partecipante definisce un pezzo “instabile”, il facilitatore userà esattamente il termine “instabile”, non “fragile” o “pericoloso”.
- Una domanda alla volta: rispettare rigorosamente il tempo di elaborazione del partecipante.
- Curiosità non confrontazionale: Il tono deve essere quello di chi “gioca con la metafora” insieme al partecipante, non di chi sta validando una tesi logica.
- Incoraggiare la manipolazione fisica: stimolare il contatto con il modello anche durante la risposta.
Quando facilitiamo un workshop LSP, abilitiamo una conversazione seria sul tema in gioco. La parte “gioco” è fondamentale, ma non deve prendere il sopravvento sulla parte “serio”. Il facilitatore ha un obiettivo oggettivo da raggiungere e la qualità del risultato risiede interamente nella sua capacità di porre le domande giuste.
Quelle suggerite in questo articolo sono solo un invito a sperimentare e a creare i propri pattern, consapevoli che il mattoncino resta sempre al servizio di uno scopo, e non è mai il fine della nostra facilitazione.
Piergiorgio Lovato, facilitatore Lego®Serious Play® | team builder & team coach
